Monologo ‘Nulla può fermare la caduta di queste lacrime’ al Teatro in Bustine

Dolore e Disperazione nel monologo presentato al ‘Teatro – in – Bustine’ di Spazio Contemporaneo
     Rovigo, Veneto –     Il dramma di una giovane donna, privata della sua bambina e cacciata dalla famiglia e dalla comunità per rispetto delle regole imposte dalla religione, è  il tema forte e coinvolgente del monologo ‘ Nulla può fermare la caduta di queste lacrime’, recitato al ‘Teatro – in – Bustine’ di ‘Spazio Contemporaneo’ , Area Ricerche Teatrali Indipendenti, A.R.T.I.  Ne  nascono dolore e  disperazione infiniti a cui  ci si può sottrarre solo con il sacrificio della propria vita e di quella di tante persone innocenti.

Una giovane donna araba si aggira  sulla piazza di una città americana  affollata di gente. Si guarda attorno osservando uomini e donne che camminano tenendosi per il braccio; si parlano e sorridono felici. Poco lontano, ragazzi e ragazze seduti su una panchina si abbracciano e si baciano incuranti della folla che va e viene. Sotto l’ampio vestito scuro che la copre da capo a piedi, la ragazza araba porta una cintura esplosiva, l’unico mezzo per riscattarsi dalla colpa di aver rubato. Procede  a caso, cercando di non farsi notare  e, raggiunta la stazione degli autobus, si siede e attende.  Il cuore le martella nel petto  e la mente è avvolta da dubbi e domande che non  danno tregua. Con angoscia ripercorre la storia della sua vita: quel breve periodo di felicità, ormai finito per sempre, che l’ha portata ad essere in quel luogo per farsi esplodere o, forse, sparire per sempre .

   “In un giorno di primavera  aveva conosciuto un giovane  bello e gentile.  La famiglia lo aveva accolto e dato il consenso al loro matrimonio. Lei è innamorata e la vita insieme nella loro piccola casa è pura felicità   Ogni giorno si fa bella per lui e attende con ansia il suo ritorno.  Una sera, però, il sogno si infrange: il giovane marito viene ucciso senza una ragione e lei resta sola con un figlio che cresce nel suo grembo. Lei urla e piange, vorrebbe morire per ritrovare l’amato ma la creatura che sta per nascere ha il diritto di vivere e di essere amata. Lei potrà crescerla e allattarla  fino a 10 mesi, poi, per legge, non essendoci un padre e mancando la sicurezza economica nella famiglia della nonna, la piccola viene affidata al fratello del papà defunto che non ha figli ed è benestante.
La giovane mamma, però,  non riesce ad accettare la separazione. Piange, si dispera e decide di rapire la sua bambina per fuggire con lei in un paese lontano. Ha bisogno di soldi, tanti soldi. Prende le cose preziose della madre e della zia; le vende per acquistare il biglietto dell’aereo  e si allontana lasciando un biglietto di scuse.

Non fa molta strada. Allertate dal biglietto , madre e zie la rintracciano e la insultano pesantemente. La denunciano per il furto e la cacciano di casa dopo averle  tolto di nuovo la figlioletta. Privata di tutto,  le resta un solo modo per riscattarsi: morire per la Jihiàd.  Farsi esplodere trascinando con sè il maggior numero possibile di miscredenti…… o, forse scegliere un’altra strada....La vita fra le donne del villaggio, sempre in silenzio e vestite di nero è ormai impossibile.
Contattato il gruppo dei Kamikaze, viene vestita all’occidentale, le forniscono un cellulare e la mandano in una città americana per la sua Jiihàd, la battaglia contro se stessa e la sua volontà….
     Lo spettacolo, magistralmente interpretato da Veronica Ragusa, per la regia di Lucio Colle, scorre lineare  toccando tutte le corde più profonde della sensibilità umana. Ogni battuta, ogni gesto è essenziale al dramma raccontato che, a sua volta, è finalizzato a spronare gli spettatori ad approfondire la cultura araba e il fenomeno del terrorismo islamico. Non per trovare risposte ma per indagare nel profondo dell’uomo; per rintracciare le paure e le ossessioni che vi si annidano.
Lauretta Vignaga

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